Rapporto #Italiani nel Mondo 2020: 5,5 milioni gli iscritti all'AIRE



Presentato il 27 ottobre il quindicesimo Rapporto Italiani nel Mondo, l'annuale relazione preparata dalla #FondazioneMigrantes raccogliendo i dati che riguardano i #migrantiitaliani: sia quelli residenti da più tempo all’estero o nati oltreconfine, sia coloro che hanno una esperienza migratoria recente. L’unica comunità che cresce è quella che risiede all’estero, sempre più da considerare l’Italia fuori dell’Italia, la ventunesima regione.


Se al 1° gennaio 2020 la popolazione residente in Italia era composta di 60.244.639 persone, quasi 189 mila in meno rispetto all'anno precedente, alla stessa data gli iscritti all’AIRE erano infatti 5.486.081, ossia il 9,1%. In valore assoluto, in un anno si sono registrate quasi 198 mila iscrizioni in più (+3,6%), di cui 131 mila dovute agli espatri verso 186 destinazioni in tutto il mondo: un trend ininterrotto, che in 15 anni ha visto aumentare la mobilità italiana del +76,6%


Giovani diplomati con la valigia L’ultimo anno rispecchia la tendenza complessiva: l’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di paesi altri che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando cioè creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione. Rispetto al 2006, la comunità degli italiani nel mondo si sta infatti ringiovanendo a seguito delle nascite all’estero (+150,1%) e della nuova mobilità costituita sia da nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia da protagonisti giovani e giovani-adulti immediatamente e pienamente da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% nella classe 19-40 anni). E non si tratta soltanto di “cervelli in fuga”: se nel 2006, stando ai dati ISTAT, il 68,4% dei residenti ufficiali all’estero aveva un titolo di studio basso – licenza media o elementare o addirittura nessun titolo – a crescere sempre più è la componente “dei diplomati” alla ricerca all’estero di lavori generici. Nel 2018, infatti, il 29,4% è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è ancora in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo.

Dove vanno gli italiani? Per quanto riguarda la presenza italiana all’estero, il continente americano, e l’area latino-americana in particolare, è cresciuta grazie soprattutto alle acquisizioni di cittadinanza (+123,4% dal 2006). L’Europa, invece, negli ultimi quindici anni, è cresciuta maggiormente grazie alla nuova mobilità (+1.119.432, per un totale, a inizio 2020, di quasi 3 milioni di residenti totali). A dimostrarlo gli aumenti registrati nelle specifiche realtà nazionali. Se, però, i valori assoluti fanno emergere i paesi di vecchia mobilità come la Germania (quasi 252 mila nuove iscrizioni), il Regno Unito (quasi 215 mila), la Svizzera (più di 174 mila), la Francia (quasi 109 mila) e il Belgio (circa 59 mila), sono gli aumenti in percentuale rispetto al 2006 a far emergere le novità più interessanti. Per gli stessi paesi suddetti, infatti, si riscontrano le seguenti indicazioni: Germania (+47,2%), Svizzera (+38,0%), Francia (+33,4%) e Belgio (+27,3%). Per il Regno Unito, invece, e soprattutto per la Spagna, gli aumenti sono stati molto più consistenti, rispettivamente +147,9% e +242,1%. Le crescite più significative, comunque, dal 2006 al 2020 caratterizzano paesi che è possibile definire “nuove frontiere” della mobilità più recente. Si tratta, ad esempio, di Malta (+632,8%), del Portogallo (+399,4%), dell’Irlanda (+332,1%), della Norvegia (+277,9%) e della Finlandia (+206,2%).

Un'Italia vuota dentro La presenza italiana nel mondo è soprattutto meridionale (2,6 milioni, 48,1%) di cui il 16,6% (poco più di 908 mila) delle Isole; quasi 2 milioni (36,2%) sono originari del Nord Italia e quasi 861 mila (15,7%) del Centro. Da Nord a Sud, i luoghi privilegiati da cui le partenze hanno “succhiato nuova linfa” portando alcuni territori al loro livello massimo di desertificazione e spopolamento, sono però le aree interne, le più fragili e maggiormente dimenticate.

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